Simpatici, arguti, spigliati. E paranoici quanto basta! Sono i 60 Frame e li abbiamo intervistati per voi!

Non erano amici, anzi, non si eravamo mai visti prima. Ma il destino aveva in serbo per loro qualcosa di importante. E così è stato. Si sono conosciuti casualmente in studio durante una session e da lì è cominciato tutto, è cominciata l’avventura dei 60 Frame. Chiamatela boyband, se vi va. Perché in fondo lo è, ma dopo averli ascoltati vi accorgerete che sono molto di più. Il loro sogno? Sfondare nella musica. “La casualità o il destino che dir si voglia solitamente paga bene – ci hanno detto, aggiungendo in coro – Speriamo!”.

Perché avete scelto di chiamarvi 60 FRAME?
 A tal proposito citiamo una frase: “Per qualche strano meccanismo non del tutto spiegabile, il cervello umano riesce ad assemblare una serie di fotogrammi interpretandoli come un movimento”. Da questa definizione è nato il nome 60 frame. La nostra musica cerca di fare questo, guarda con gli occhi della mente. Se dobbiamo dire come è saltato fuori il nome a livello pratico, possiamo dire semplicemente guardando la TV. In alto a sinistra dello schermo c’era la scritta 60Hz. (risata).

Siete in tre: chi ha più successo con le ragazze?
 Dovevamo aspettarcela questa domanda da Ragazza Moderna! Diciamo che siamo tre persone totalmente diverse: possono piacere i calzini a pois da clown dandy e le acconciature surreali di Lorenzo, oppure qualcuna può preferire i pettorali scolpiti di Daniele, o magari qualcuna ha la passione per i bastardi e in questo caso c’è Giorgio come tronista (risata). Fatevi avanti donne, ma una alla volta!

Vi capita mai di litigare? 
Ovviamente sì. L’amore non è bello se non è litigarello. Ci vogliamo bene, siamo molto affiatati e sul palco si vede e pensiamo di riuscire a trasmettere quest’unione.

Parliamo della vostra musica: il vostro sound spazia dall’hip hop più classico fino ad arrivare al rock e all’elettronica. Come definireste questo genere così ibrido? 
Non abbiamo una definizione vera e propria. Magari verrà coniato come “60 Frame”. All’inizio ci dicevano che probabilmente non avevamo un’identità; in realtà ne abbiamo una ben definita, un’identità che cambia perché ci piace sperimentare e mettere insieme nuove idee ogni volta senza porci limiti.

Vi ispirate a qualcuno in particolare? 
Ci ispiriamo a molte cose. Per una canzone una volta ci siamo ispirati al segnale acustico che fa l’automobile quando lasci lo sportello aperto, ad esempio. Siamo molto attenti a quello che ci circonda ed ogni situazione può essere una grande fonte di ispirazione. Il silenzio non esiste, il rumore può essere trasformato in musica. Fate 2+2….

Ci parlate del vostro brano “L’astronauta”?
 L’astronauta è il sogno nel cassetto di ognuno di noi. Tutti hanno il diritto di diventare astronauti, di aprire un negozio, o di fare qualsiasi lavoro che gli piace. Abbiamo il diritto di realizzare i nostri progetti e i nostri sogni. Chi comanda non ce ne dà la possibilità, quindi afferriamo il palloncino e voliamo, nessuno deve bloccare le nostre idee ed abbiamo il diritto di vivere, non di sopravvivere.

Il singolo è una critica sociale: qual è il messaggio che volete dare ai vostri coetanei attraverso la vostra musica? 
Più che una critica possiamo definirla una descrizione, a volte anche triste ed esasperata perché futurista. La storia raccontata non è ambientata nel nostro tempo, ma in un futuro di fantasia che non è altro che una metafora di quello che appunto stiamo vivendo, ma non si può parlare di critica, la critica presume che ci sia qualcuno contro il quale puntare il dito, nel momento storico che stiamo vivendo trovare un “colpevole” è un’utopia.

Parliamo di successi: a Castrocaro siete arrivati terzi e ora state partecipando ad Area Sanremo: il prossimo traguardo? 
Il prossimo traguardo dopo Area Sanremo è il Festival di Sanremo stesso. Abbiamo una chance come tutti e crediamo molto in noi stessi. Vogliamo quel palco a tutti i costi e ce la metteremo davvero tutta. Dobbiamo credere nelle nostre idee.

Sonia Russo

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